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SICUREZZA INFORMATICA

Anonymous attacca Governo e ministeri: rubati dati sensibili

L’organizzazione di cybercriminali ha rivendicato l'attacco al Governo e vari ministeri con un post sul blog ufficiale. Rubati dati di poliziotti e funzionari

14 Novembre 2017 - Per rivendicare la loro azione hanno citato la “Repubblica” di Platone, dialogo nel quale il filosofo greco descrive quella che, a suo modo di vedere, sarebbe la forma di organizzazione sociale e politica ideale. Una citazione scelta con cura, nell’ottica degli affiliati italiani di Anonymous che, nelle scorse settimane, si sono introdotti in diversi server utilizzati dal Governo italiano e vari ministeri.

Nelle loro incursioni, i cybercriminali sono riusciti a impossessarsi di dati personali e riservati che, stando a quanto riportato nel post sul blog dell’organizzazione, riguarderebbero “ministero dell’Interno, al ministero della Difesa, alla Marina Militare nonché di Palazzo Chigi e Parlamento Europeo”. Si tratterebbe (come si evince anche da un estratto già pubblicato online) di informazioni riguardanti personale dei ministeri, della Presidenza del Consiglio e di varie forze di polizia: si va dagli indirizzi di posta elettronica, sia di lavoro sia personale, alle scansioni dei documenti di identità, passando per numeri di telefono, contratti d’affitto e dati relativi alle trasferte all’estero del Premier Paolo Gentiloni.

Italia recidiva

A preoccupare, però, non è tanto la quantità o l’entità dei dati che gli affiliati italiani di Anonymous sono riusciti a trafugare, quanto l’apparente facilità con la quale gli hacker sono stati in grado di accedere ai sistemi informatici governativi senza che nessuno se ne sia accorto o abbia preso adeguate contromisure. A far alzare ulteriormente il livello d’allarme il fatto che le istituzioni italiane non sono nuove a questa tipologia di attacco: già nei mesi passati gruppi di hacker (probabilmente russi) avevano prima attaccato i server dell’aeronautica militare e poi del ministero degli Esteri nel tentativo di trafugare informazioni di varia natura (tra i quali, si vocifera, anche i progetti dell’F35).

Una “recidività” allarmante, insomma, che dovrebbe far suonare il campanello d’allarme sulla cultura della sicurezza informatica nel nostro Paese. Come sottolineato anche in passato, l’Italia non investe molto nel campo della cybersecurity, esponendosi così a tentativi d’attacco da parte di hacker di qualunque provenienza, sia stranieri sia “indigeni”. Il tutto in un periodo storico molto particolare e delicato, nel quale il rischio di una cyberwar diventa sempre più concreto.

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